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Taz in “La mia Capoeira”

Ho conosciuto la Capoeira una notte di mille anni fa, nella sala prove di un teatro torinese. La usavamo come base per il training fisico nella mia compagnia di teatro. Io avevo 17 anni e c’era un oblò sul soffitto.
Si vedeva la luna.

Ho sempre avuto un animaletto ‘scombinato’ dentro. Qualcosa che urla, che si sorprende e che brucia. Ora so che si chiama Taz. Per un po’ di anni l’ho perso di vista.

Una sera di gennaio dello scorso anno mi sono detta che dovevo ricominciare dalle cose che avevo capito che mi facevano stare bene e che erano vicine all’essenza del mio essere.  Mi sono ricordata della luna che si vedeva dall’oblò torinese, dei ‘giochi’ che si facevano con gli altri attori in cerchio. E allora, a 31 anni, mentre perdevo un amore, entravo in una palestra e trovavo una famiglia.

Vivo a Milano. La mattina indosso i tacchi e corro in ufficio, nella grande compagnia televisiva per la quale lavoro. Poi esco da lì, raggiungo la palestra e sono a piedi nudi. Posso avere avuto mille casini durante la giornata e duemila problemi tra la mia famiglia a Benevento e i miei tremila migliori amici sparsi per il mondo, ma mi viene sempre da ridere quando sento il suono del berimbau. Mi guardo il callo da bacchetta per suonare sulla mano e mi viene da ridere anche ora mentre scrivo.

Ho avuto il mio apelido dopo pochissime ore di Capoeira. È bastato entrare in un pub urlando dopo un allenamento che avevo fame e fare ritardo, entrare in sala mentre tutti gingavano da svariati minuti starnazzando un ‘Ora possiamo cominciare’ per trovarmelo appiccicato addosso.

La Capoeira per me è un luogo in cui Taz sta bene, un luogo in cui riesco a ‘stare’, ad essere veramente presente a me stessa.

La Capoeira sono gli occhi dei miei compagni mentre cantano e battono le mani a ritmo.
Il tempo condiviso.
Sono gli abbracci sudati, la scoperta di riuscire a fare qualcosa che non credevi possibile, il momento in cui ci si prende le mani prima di una roda, i lividi dovuti ai controtempi, sono il riconoscimento di qualcuno che è diversissimo da te ma ti somiglia tantissimo nello stesso preciso momento.
Sono l’annullamento dell’età e del sesso. Sono la sospensione del giudizio.
Sono la protezione dell’autenticità di quelli che fanno parte della mia nuova ‘famiglia’.
Sono la libertà a cui dà accesso la Capoeira, il suo tendere a farti essere leggero come una farfalla, il suo tendere a farti volare.
Sono l’adesione totale al lavoro del mio Prof e del nostro Mestre e la sensazione che ci sia qualcosa di più che non riesco ancora a nominare ma che vedo chiaramente. Lo vedo chiaramente anche ogni volta che vado ad un evento in qualche altra città o Paese; credo sia palese nei legami che si creano tra alcuni capoeristi, anche se non parlano la tua lingua e non sono amici tuoi, basta che li guardi e li invidi perché vorresti farne parte, esserci in mezzo.

Beh, io ci sono in mezzo.

Abbiamo ancora tantissimo lavoro da fare. Ma ci siamo dentro.
Noi siamo Capoeira, sissignore.

Sara Taz Tufo

>> Leggi tutti i post de “La mia Capoeira” dell’Italia Centro di Capoeira Cordao de Ouro Milano.

 

 

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